Attenzione a mangiare cibo in scatola: “Pazzesco, ecco cosa contengono!”

Il cibo in scatola ha iniziato a diffondersi nella prima metà del 20° secolo, ed è considerabile uno dei simboli dell’industrializzazione e della produzione di massa anche nel campo alimentare. Non solo, lo scatolame risulta essere assolutamente indispensabile per la conservazione di cibi che altrimenti sono soggetti a deterioramento in breve periodo.

Sono sopratutto i paesi “ricchi” a fare maggiormente uso di qualsiasi tipo di cibo in scatola anche per un fattore legato alla praticità. Ma quali sono i rischi di un’alimentazione basata su questa forma di cibo?

Attenzione a mangiare cibo in scatola: “Pazzesco, ecco cosa contengono!”

Sono sopratutto i legumi, cereali ed altri ortaggi ad essere  consumati “non freschi” ma per l’appunto inscatolati, anche se questa forma di conservazione viene spesso detronizzata in quanto considerabile poco salutare per diverse motivazioni. Da alcuni anni il principale “colpevole” di questa cattiva fama è sopratutto il Bisfenolo A (BPA) un composto chimico che dagli anni 60 del Novecento viene associato ad altri prodotti chimici per la realizzazione di resine e vernici, solitamente utilizzato per i riversimenti interni delle scatole adibite alla conservazione. Nonostante le numerose ricerche non siano concordi su una tossicità assoluta, conviene limitare quanto più possibile l’utilizzo costante di cibi contenuti in contenitori realizzati anche con il BPA, sopratutto da parte di donne incinte, persone particolarmente fragili ed anziane. Il BPA non è ad esempio presente nelle confezioni in vetro, quindi quando possibile conviene optare per questa forma di conservazione.

Il cibo in scatola non va demonizzato data l’utilità, ma è decisamente consigliabile leggere bene le etichette, e considerare anche l’utilizzo di conservanti come il sale, spesso utilizzato anche per migliorare il sapore, e lo zucchero, presente ad esempio nel mais in scatola.

Anche considerare il paese di provenienza è importante, visto che nazioni extra europee hanno spesso norme relative alla sicurezza alimentare meno stringenti rispetto ai prodotti europei.

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